Forza Criccari che gavemo trovà la strada de casa!!!!

Forse pochi sanno che la FABBRICA D’ARMI PIETRO BERETTA ( tra le più grandi industrie di armi al mondo [UTF-8?]… ) S.p.A. è controllata dal gruppo Beretta Holding SpA e il maggior azionista del gruppo Beretta Holding SpA dopo Ugo Gussalli Beretta, è lo IOR (L’Istituto per le Opere di Religione [comunemente conosciuto come Banca Vaticana]) è un istituto privato, creato nel 1942 da papa Pio XII e con sede nella Città del Vaticano.
Nella foto un vescovo che prova le sue .. azioni.
“Potranno recidere tutti i fiori, ma non potranno fermare la primavera”

Coinvolti Colorno, Traversetolo, Montechiarugolo, Mezzani, Sorbolo e San Secondo Parmense
Viene emanato un bando con la tecnologia, gli installatori e tipo di finanziamento. Al cittadino che aderisce, viene, dunque, proposto un pacchetto chiavi in mano
Roma, 12 mar. – (Adnkronos) – Riduzione dell’inquinamento, autonomia energetica, diffusione e democratizzazione della produzione energetica e ‘sollievo’ per le tasche. E’ questo l’obiettivo del primo gruppo di acquisto fotovoltaico intercomunale nato nei comuni di Colorno, Traversetolo, Montechiarugolo, Mezzani, Sorbolo e San Secondo Parmense.
Grazie al sistema incentivante del Conto Energia è possibile produrre energia pulita contribuendo concretamente alla sostenibilità ambientale, facendo un intervento che si finanzia da sè. Ma come funziona? “Viene emanato un bando con la tecnologia, gli installatori e tipo di finanziamento. Al cittadino che aderisce, viene, dunque, proposto un pacchetto chiavi in mano” spiega all’Adnkronos, l’assessore all’Ambiente del Comune di Colorno, Marco Boschini. In questo modo, visti gli investimenti più alti, le ditte riescono a praticare maggiori offerte e il tutto a costo zero.
Il progetto, infatti, spiega l’assessore, “si autofinanzia e al cittadino viene richiesta una quota d’iscrizione di 35 euro una tantum”. Un occhio di riguardo, inoltre, si avrà per quegli interventi che consentiranno di rimuovere l’amianto dagli edifici privati, continuando l’opera che gli enti hanno già intrapreso e concluso sui loro edifici.
Il gruppo di acquisto fotovoltaico intercomunale “si aggancia ad un’iniziativa già avviata a Ponte delle Alpi, in provincia di Belluno, che in un anno e mezzo ha portato alla realizzazione di 700 impianti”. Il progetto verrà presentato il 17 marzo, con l’obiettivo di raccogliere eventuali adesioni e prevede due momenti pubblici di incontro: il primo all’auditorium centro polivalente Pasolini di Monticelli Terme alle ore 10.30; il secondo presso la Sala Civica Don Bernini circolo Arci ‘La Capanna Verde’ in via Martiri della Liberta’ a Mezzano Inferiore.
“E’ un progetto a cui crediamo molto e che è partito proprio dal nostro comune. Ci piace l’idea che sei comuni della provincia, seguendo l’esempio di altri comuni italiani, si mettano insieme per provare a coinvolgere i propri cittadini nell’utilizzo delle fonti rinnovabili” conclude Boschini.
La storia islandese insegna: la democrazia è una rivoluzione che parte dal bassoROMA – L’Islanda è un’isola dell’estremo nord d’Europa 103 mila km quadrati di superficie e vi abitano di 320 mila persone . La capitale Reykjavik è come Reggio Emilia. L’Islanda è il paese meno popolato d’Europa ed è sprovvisto di un esercito militare.
Eppure quindici anni di crescita economica avevano reso l’Islanda uno dei paese più ricchi del mondo. Una ricchezza basata sul modello del neo liberismo puro che aveva consentito un rapida ed effimera crescita. Tutto comincia nel 2001 con l’inizio della privatizzazione delle banche.
Nel 2003 tutte le banche del paese erano completamente privatizzate e si adoperavano ossessivamente per attirare investimenti stranieri nel paese. Le banche, come esca, adottavano la tecnica dei conti online, che riducevano drasticamente i costi di gestione, e permettevano tassi di interesse più alti.
Il programma si chiamava IceSave. In poco tempo arrivarono moltissimi stranieri, per la maggior parte inglesi e olandesi, che depositarono i propri risparmi.Il meccanismo da un lato accresceva gli investimenti, ma dall’altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 L’Islanda aveva un debito pari al 200% del suo Pil. Quattro anni dopo era del 900%. Ma non finisce qui. Il colpo di grazia arrivo con i mutui subprime nel 2008. Le tre maggiori banche Landbanki, Kapthing e Glitnir, esposte per circa 10 miliardi di Euro, fallirono drasticamente e vennero nuovamente nazionalizzate. Fu così che la corona crollò, rispetto l’euro, del 85% decuplicando il debito insoluto e alla fine di quell’anno l’Islanda fu dichiarata stato in bancarotta. Fu questo il drammatico risveglio degli islandesi. Il primo ministro conservatore alla guida del paese, chiese subito l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale il quale accordò prontamente un prestito di due miliardi e cento milioni di euro, mentre alcuni paesi nordici intervennero con altri due miliardi e mezzo.

Nel frattempo, la popolazione scalpitava e protestava contro un destino a cui nessuno poteva più sottrarsi. A gennaio, dopo 14 settimane, il presidio di cittadini che da giorni presidiano il parlamento, ottiene le dimissioni del governo conservatore di Geir Haarde e ottiene le elezioni anticipate. Intanto i poteri finanziari internazionali spingevano l’Islanda verso misure drastiche, l’FMI ed Europa chiedevano al paese di farsi carico del debito, anzi sulle spalle della popolazione. A detta del Fondo Monetario quello, era l’unico modo per saldare il debito e salvare l’Islanda.
Nel gioco delle parti, Olanda e Inghilterra, avevano garantito ai connazionali il rimborso di quanto perso, per cui diventava imperante che lo Stato Islandese rientrasse con il debito il prima possibile. Tuttavia con le elezioni anticipate, arriva il nuovo governo, questa volta di sinistra, che dopo aver criticato il neo-liberismo, cede alle richieste forti della finanza mondiale. All’epoca fu fatta una proposta esorbitante alla nazione. Una manovra economica estrema avrebbe restituito 3 miliardi e mezzo di euro del debito. La cifra sarebbe stata suddivisa fra tutte le famiglie islandesi per 15 anni con un interesse pari al 5,5%. In pratica la tassa proposta altro non era che un prelìievo di 100 euro al mese ad ogni cittadino, per 15 anni, con un carico di 18 mila euro a testa per islandese al fine di saldare un debito contratto da un privato verso un altro privato.
Ma il presidente Grimsson, ascoltate le proteste popolari, si rifiutò di ratificare la norma della super tassa e indisse un referendum sulla tassa stessa. Insomma furono i cittadini a decidere.
La mossa del politico infiammò il potere finanziario, addirittura si scatenarono contro l’Islanda. Inghilterra e Olanda che minacciarono un “embargo”, mente l’ FMI intima il blocco degli aiuti. L’Inghilterra, intanto, annuncia provvedimenti antiterrorismo e congelamento dei conti bancari degli islandesi.
Grimsson riassume così quei giorni: “Ci dissero che se non avessimo accettato le condizioni della comunità internazionale saremmo diventati la Cuba del Nord. Ma se le avessimo accettate saremmo diventati la Haiti del Nord”.
Il referendum fu un no secco alla manovra. Il 93% dei cittadini rigettò il debito il quale viene dichiarato “detestabile”. Per i cittadini islandese non è esigibile. Il Fondo Monetario Internazionale congelò immediatamente il denaro. Il governo Islandese aprì un’inchiesta, civile e penale, a carico dei banchieri e dei manager responsabili della crisi finanziaria. L’interpol emise un mandato di arresto internazionale per l’ex presidente della banca Kaupthing. Iniziò così la grande fuga dei banchieri islandesi, molti dei quali finirono in manette. Sotto spinta popolare, si decise di riscrivere, ex novo, una Costituzione capace di impedire lo strapotere bancario internazionale e del denaro virtuale. La Costituzione vigente risaliva all’indipendenza dell’Islanda dalla Danimarca, infatti ne era una copia tale quale che si differenziava solo per alcune parole “Re/presidente”.
Inizia in questo modo il metodo innovativo di una vera e propria democrazia partecipata, facendo leva sulla memoria degli errori passati. Per la prima volta un governo affidà la modifica radicale della Costituzione ai suoi cittadini. Venne eletta una Commissione Costituente di 25 cittadini eletti da una base di 522 candidati. I requisiti per candidarsi erano: maggiore età, l’appoggio di almeno 30 persone, e non essere iscritto a nessun partito politico.
Nacuq così la prima costituzione ‘crowdsourcing’, ovvero un testo realizzato da utenti in rete attraverso mail e social network. Ogni cittadino poteva visionare in rete gli elaborati, assistere alle riunioni via Streaming e contribuire, da casa, alle proposte, esprimendo liberamente le proprie opinioni. Una rivoluzione dal basso. Da quel momento, l’Islanda ha dissolto quell’incantesimo maligno basato sulla convinzione che il debito è una identità sovrana per cui è sacrificabile una nazione intera. Non solo. La volontà e l’impegno islandese ha distrutto l’idea che le leggi debbano essere scritte in gran segreto e da pochi eletti. La Magna Carta, così definita, frutto della Commissione Costituzionale, è stata vagliata, discussa e modificata grazie ai cittadini. Una giovane partecipante all’esperienza disse: “Ho capito per la prima volta cosa significa davvero la parola democrazia. Avere contribuito a scrivere la Carta, oltre a riempirmi di orgoglio mi fa sentire molto responsabile verso il mio Paese e verso la libertà della mia gente”.
Oggi, contro ogni previsione del Fmi, società di rating, ed europee, gli investitori internazionali sono tornati a credere nell’Islanda e fatto importante è che la stessa Islanda non ha perso alcuna sovranità monetaria.
L’isola dell’estremo nord diffonde un massaggio di speranza chiaro: “i cittadini non sono responsabili dei debiti contratti dai poteri forti, per cui le nazioni non sono sacrificabili”.
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Cio’ che è successo in Islanda è senza precedenti. L’abbattimento dell’idea che il debito è un’entità sovrana, in nome della quale è sacrificabile un’intera nazione. Percio’ nessuno deve sapere il referendum islandese voluto dal Capo dello Stato Ólafur Ragnar Grímsson.
Ogni volta che ci dicono che per arginare il debito di un paese ci vogliono piu’ tasse, che sono procedure essenziali,etc.etc. Non è vero,è una bugia.
Lo ha dimostrato il popolo islandese che ha sconfitto le lobby economiche e i loro ricatti. Non hanno varato la manovra economica a spese dei cittadini per le perdite delle banche(i profitti sono privati ma i debiti nazionalizzati. Quello che è successo in Islanda mette in imbarazzo politici ,che sono le pedine dei gruppi bancari, e fà paura all’economia globale. Censurare il referendum islandese e non farlo conoscere alla massa occidentale,è stato l’ordine numero uno delle grandi banche.
Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione,yramite una nuova Magna Charta Costituzionale,redatta via Internet e le sedute parlamentari, in diretta su Streaming on line
Lo sappiano i CITTADINI GRECI , cui è stato detto che la
svendita del settore pubblico era l’unica soluzione.
E lo tengano a mente anche quelli PORTOGHESI, SPAGNOLI ed ITALIANI
In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale:
è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale
Non siamo l’Islanda, il debito ce lo dobbiamo tenere
Cosa possono imparare Italia e Grecia dal default dell’Islanda
Furbetti ammazza-internet: Fava ci riprovaE’ ostinato l’Onorevole Fava nella sua ferma volontà di imbavagliare il web e restringere la libertà di manifestazione del pensiero online.

Dopo l’ultimo tentativo fallito nelle scorse settimane quando aveva provato a infilare il suo emendamento ammazza-internet e anti-comunitario tra le pieghe della legge comunitaria, ora l’inarrestabile e “preistorico” deputato leghista ha infilato le disposizioni con le quali vorrebbe modificare la disciplina sulla circolazione dei contenuti online addirittura nel disegno di legge sulle semplificazioni.
Roba – esattamente come l’ultima volta – da furbetti del Parlamento.
Qualche settimana fa, l’emendamento dell’Onorevole Fava, era stato bocciato e poi cancellato da decine di iniziative bipartisan promosse da colleghi di tutti gli schieramenti che – sull’onda delle proteste online – non avevano tardato a comprenderne l’anacronismo e la portata liberticida.
E ora?
Ora l’Onorevole leghista ci riprova fingendo di ignorare la posizione del resto del Parlamento e facendo, evidentemente, affidamento solo ed esclusivamente sulla speranza che nella confusione della pioggia di emendamenti proposti al disegno di legge in materia di semplificazioni, il suo possa essere approvato e divenire legge senza che nessuno se ne accorga o trovi – ancora una volta – tempo e modo di espungerlo dal testo definitivo.
Inutile discutere ancora del contenuto – riconoscere a chiunque il diritto di chiedere la rimozione di un contenuto pubblicato online semplicemente deducendo di essere il titolare dei relativi diritti di proprietà intellettuale – il punto, infatti, è il metodo.
E’ inaccettabile che un deputato “imbuchi” un emendamento volto a riscrivere le regole della circolazione dei contenuti online nelle pieghe di un disegno di legge in materia di semplificazioni e nella piena consapevolezza del parere contrario dell’intero emiciclo.
L’emendamento va, adesso, immediatamente espunto dal disegno di legge e la Presidenza della Camera dovrebbe richiamare l’Onorevole furbetto al rispetto delle regole etiche – prima ancora che giuridiche – che dovrebbero sovrintendere all’attività di chi scrive le leggi in un Paese civile.
Non importa se sia giusto o meno o, magari, folle e anacronistico pensare di privatizzare la giustizia in materia di pubblicazione di contenuti online il punto è che se si vogliono cambiare le regole in una materia tanto delicata occorre farlo all’esito di un ampio, approfondito e trasparente dibattito parlamentare.
Un furbetto piccolo piccolo, non può mettere a tacere la Rete e fregare la sua intelligenza collettiva. Possibile che Lorsignori di Palazzo non lo abbiano ancora capito?
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IL PERSONAGGIO
Ma come diavolo li scelgono, i tesorieri dei partiti? Le cose emerse via via intorno al leghista Francesco Belsito, dal diploma taroccato a Napoli alle lauree fantasma, dal giro di assegni «strani» all’investimento in Tanzania, ripropongono dopo lo scandalo del margheritino Luigi Lusi e la rissa sul «patrimonio sparito» di An, una domanda fastidiosa: che fine fanno i rimborsi elettorali?
«Nessuno può permettersi di sindacare dove e come la Lega impiega i suoi soldi», ha detto al Corriere del Veneto il senatore Piergiorgio Stiffoni, che con Roberto Castelli affianca, in seconda fila, Belsito. Una tesi indigesta non solo a tanti leghisti che hanno tempestato di proteste Radio Padania e i siti simpatizzanti ma anche a Roberto Maroni ed esponenti di spicco come Bepi Covre, che sul «Mattino di Padova» ha risposto che no, non sono soldi della Lega, ma dei cittadini italiani. Anche di quelli che leghisti non sono e devono pagare l’obolo dei rimborsi elettorali per una legge che ha aggirato la solenne bocciatura del finanziamento decisa nel referendum.
Soldi che dovrebbero essere spesi in modo limpido ma spesso (solo il Pd fa fare una certificazione esterna) non lo sono. Tanto che Bersani e Casini, nel pieno delle polemiche sui soldi «evaporati» della Margherita, si impegnarono a presentare subito una legge per obbligare i partiti a rendere trasparenti bilanci e patrimoni. Di più, basta soldi ai partiti già morti: quelli già destinati devono tornare allo Stato. Cioè ai cittadini. Gli unici «proprietari», appunto, di quei denari.
E lì si torna: come vengono scelti, i tesorieri? Ne abbiamo visti di ogni colore, negli anni. Dai tesorieri «perbene» come Severino Citaristi che finì per la Dc in 74 filoni d’inchiesta senza che alcuno osasse immaginare che si fosse messo in tasca un soldo («Se tornassi indietro, non rifarei nulla di ciò che ho fatto», avrebbe poi confidato a Stefano Lorenzetto) fino appunto a Luigi Lusi, che sui denari della Margherita ha detto: «Mi servivano, li ho presi». Per non dire degli «uomini della cassa», come Alessandro Duce, Romano Baccarini o Nicodemo Oliviero sotto il cui naso sparì l’immenso patrimonio immobiliare democristiano, finito attraverso il faccendiere Angiolino Zandomeneghi a società fantasma con sede in una baracca diroccata della campagna istriana e intestate a un croato che scaricava cassette a Trieste.
La stessa Lega Nord, sulla carta, avrebbe dovuto essere stata ammonita dall’esperienza col precedente tesoriere, Maurizio Balocchi, che oltre a finire in prima pagina per l’incredibile «scambio di coppie» con il collega Edouard Ballaman (ognuno assunse la compagna dell’altro per aggirare i divieti contro il familismo) fu tra i protagonisti dell’«affaire Credieuronord». La «banca della Lega» salvata dalla catastrofe grazie al faccendiere Gianpiero Fiorani dopo avere sperperato il capitale in pochi prestiti «senza preventiva individuazione di fonti e tempi di rimborso» (parole di Bankitalia) come quello alla società (fallita) «Bingo.net» che aveva tra i soci Enrico Cavaliere (già presidente leghista del consiglio del Veneto) e appunto il tesoriere Balocchi, sottosegretario e addirittura membro (da non credersi…) del cda della banca.
Bene, pochi anni dopo quel pasticcio, digerito malissimo da tanti leghisti (a partire da quanti avevano messo tutti i loro risparmi nella banca collassata) chi si ritrova il Carroccio come tesoriere? A leggere la micidiale inchiesta in tre puntate di Matteo Indice e Giovanni Mari pubblicata dal Secolo XIX di Genova, città di Belsito, c’è da restare basiti.
Vi si racconta di «assegni spariti o falsificati. Fallimenti a catena e amicizie pericolose. Un «tesoro» ottenuto da un (ex) amico ammanicato alla peggiore Prima Repubblica, che oggi lo accusa di averlo ridotto sul lastrico. E una serie di acrobazie finanziarie sul filo di due inchieste archiviate per un pelo che ne raccontano un passato finora ignoto, in cui parrebbe aver messo da parte non si sa come almeno due miliardi delle vecchie lire».
Una carriera spettacolare e spregiudicata, sbocciata nella promozione ad amministratore dei rimborsi elettorali del Carroccio (oltre 22 milioni di euro nel solo 2010), nella sbalorditiva collocazione nel cda di Fincantieri e nell’ascesa a sottosegretario di Calderoli nell’ultimo governo Berlusconi. Il tutto partendo dal ruolo di autista dell’ex ministro Alfredo Biondi.
Le accuse del quotidiano genovese, che alle minacce di querela ha risposto dicendo d’avere i documenti e facendo spallucce, sono pesanti. C’è di tutto. Una condanna per guida senza patente. Il coinvolgimento in vecchie inchieste dalle quali uscì peraltro senza danni. Il fallimento «della Cost Service, impresa dall’oscura mission, a sua volta intermediaria di un altro gruppo fallito di cui sempre Belsito faceva parte: la Cost Liguria, specializzata (si fa per dire) in operazioni immobiliari». Per non dire dell’abitudine di parcheggiare la lussuosa Porsche Cayenne nei parcheggi dei poliziotti o del contorno di personaggi dai profili oscuri.
Non ci vogliamo neppure entrare. Sui reati, eventuali, deciderà la magistratura. Roberto Calderoli spiega d’avere avuto assicurazione che è tutto a posto anche se «un’operazione come quella in Tanzania era da matti, che non si doveva fare»? Buon per lui. Roberto Maroni, che da tempo si lamenta (giustamente) perché il consiglio federale non approva né il bilancio preventivo né quello consultivo ma delega tutto alla sovranità di Bossi, non è d’accordo. E non fa mistero di considerare la situazione «a dir poco imbarazzante».
Ma certo, nel resto dell’Europa, dove un ministro tedesco si dimette per avere copiato la tesi, la sola storia delle lauree vantate farebbe saltare, al di là dei soldi in Tanzania o a Cipro, qualunque tesoriere che maneggia pubblico denaro. Sostiene dunque Belsito di avere una laurea in Scienze della comunicazione presa a Malta e una (lo scrisse perfino nel sito del governo quando era sottosegretario) in Scienze politiche guadagnata a Londra. L’unica cosa certa, scrive il Secolo XIX , è che l’Università di Genova non solo gli annullò ogni percorso accademico ma, sentendo puzza di bruciato, smistò il diploma alla magistratura.
Risultato? Stando al fascicolo, il «titolo» di «perito» preso nel ’93 all’Istituto privato napoletano «Pianma Fejevi», a Frattamaggiore, sarebbe taroccato. Rapporto della Finanza: «Il nome di Belsito non risulta nell’elenco esaminandi». Di più: «La firma del preside non corrisponde». E se vogliamo possiamo aggiungere un dettaglio: la scuola non esiste più dopo esser stata travolta da un’inchiesta con 160 imputati su una montagna di diplomi venduti. Lui, il tesoriere, marcato dai cronisti, sbuffò: «Ancora la storia della mia laurea? Ho altro cui pensare, chiedetemi di cose serie». Provi a dare una risposta così in un Paese serio…
Gian Antonio Stella



ROMA – «Il caso Mills si chiude senza condanne per Berlusconi». Il proscioglimento dell’ex premier italiano deciso oggi dalla decima sezione penale del tribunale a Milano in pochi minuti fa il giro del mondo e, tra gli altri, è riportato come ‘Breaking News’ dai siti del New York Times, della Cnn e della Msnbc negli Usa, del francese Le Figaro e della piattaforma SkyNews in Europa. «Il reato di corruzione di cui era accusato Berlusconi è prescritto», titola Le Figaro nella fascia dedicate alle ‘urgentissime’ ma la notizia compare sui principali siti di informazione del mondo, dalla Bbc al Washington Post, dal Daily Mail al tedesco Spiegel Online.

SI CINGUETTA Infiamma la Rete la prescrizione del reato di corruzione per Silvio Berlusconi sul caso Mills. Centinaia di tweet al minuto si riversano sul social network, tant’è che la sentenza di Milano conquista in un lampo la top trend degli utenti italiani. Alcuni internauti la buttano sull’ironia, altri non nascondono rabbia e livore per il verdetto giunto da Milano. «Ruby – scrive un utente – l’ultima speranza della sinistra italiana», «e ora festeggiamenti da Mills e una notte…», si legge su diversi tweet postati in Rete. «Vedi che era daltonico – scherza qualcuno – le toghe son nere o son rosse?»; «Milan-Juve: in caso di vittoria juventina Berlusconi chiederà la prescrizione della sconfitta del Milan». «Ebbene sì – scrive un altro internauta – lo ammetto: ho pagato io Mills». Ironia e rabbia, ma non solo. Sul web non manca chi solidarizza col Cavaliere, soprattutto su Facebook, come dimostrano i tanti commenti che stanno inondando la pagina fan dell’ex premier, tra i ‘Forza Silviò e i ‘Sei sempre il più grandè. Solidarietà ma anche un pizzico di umorismo: ‘Silvio la spunta sempre. E stasera, scommetto, festeggia col bungabunga’.

prescrizióne:
LESSICO-
sf. [sec. XIII; dal latino praescriptío-?nis].
1) Atto, effetto del prescrivere; in concr., ordine, norma, disposizione di legge: le prescrizioni del medico, della legge.
2) Istituto giuridico in base al quale un diritto si estingue allorché il titolare non lo esercita per il tempo determinato dalla legge.
3) Nel diritto romano, clausola di riserva a favore dell’attore, premessa alla formula allo scopo di delimitare l’oggetto della controversia. Sempre in tema processuale, si aveva la praescriptio longi temporis (a lungo termine), cioè la difesa accordata – sostanzialmente in forma di eccezione – al possessore di un fondo provinciale contro pretese altrui. In età giustinianea venne assimilata all’usucapione.
DIRITTO -
I diritti indisponibili e gli altri diritti indicati dalla legge sono soggetti alla prescrizione; chi può disporre validamente del diritto non può rinunziare alla prescrizione. Il giudice non può rilevare d’ufficio la prescrizione non opposta; la prescrizione può essere opposta dai creditori e da chiunque abbia interesse, qualora la parte non la faccia valere, e può essere opposta anche se la parte vi ha rinunciato. La prescrizione può essere sospesa o interrotta nei casi previsti. Norme diverse determinano il tempo di decorrenza della prescrizione: per la prescrizione ordinaria, “salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, i diritti si estinguono con il decorso di dieci anni”. Per quanto riguarda le prescrizioni brevi, vi sono regole diverse: il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il fatto si è verificato. In ordine al risarcimento del danno prodotto dalla circolazione dei veicoli di ogni specie il diritto si prescrive in due anni; si prescrivono in cinque anni: le annualità delle rendite perpetue e vitalizie; le annualità delle pensioni alimentari; le pigioni delle case, i fitti dei beni rustici e ogni altro corrispettivo di locazioni; gli interessi e, in generale, tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi; le indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro. I diritti che derivano dai rapporti sociali si prescrivono in cinque anni; si prescrivono in un anno sia il diritto del mediatore al pagamento della provvigione, sia i diritti derivanti dal contratto di spedizione e di trasporto, nonché il diritto al pagamento delle rate di premio delle assicurazioni. Sono poi previste anche alcune prescrizioni presuntive, tra le quali si possono ricordare: la prescrizione in sei mesi del diritto degli albergatori e degli osti per l’alloggio e per il vitto che somministrano e in un anno del diritto degli insegnanti per la retribuzione delle lezioni che impartiscono a mesi o a giorni o a ore; dei prestatori di lavoro, per le retribuzioni corrisposte a periodi non superiori al mese; di coloro che tengono convitto o casa di educazione e di istruzione, per il prezzo della pensione e dell’istruzione; degli ufficiali giudiziari, per il compenso degli atti compiuti nella loro qualità; dei commercianti, per il prezzo delle merci vendute a chi non ne fa commercio; dei farmacisti, per il prezzo dei medicinali. Si prescrive infine in tre anni il diritto dei prestatori di lavoro, per le retribuzioni corrisposte a periodi superiori al mese; dei professionisti, per il compenso dell’opera prestata e per il rimborso delle spese correlative; dei notai, per gli atti del loro ministero; degli insegnanti, per la retribuzione delle lezioni impartite a tempo più lungo di un mese. § La prescrizione ha le sue origini nel diritto romano dove inizialmente era limitata ad alcune azioni di origine pretoria. Soltanto con Teodosio II venne sancita la prescrizione trentennale di tutte le azioni. Giustiniano introdusse anche una prescrizione quarantennale a favore di chiese e municipi

Checché ne dicano Silvio Berlusconi e i suoi trombettieri, la sua carriera di imputato è costellata di reati accertati ma impuniti. Ecco un riepilogo dei processi. Che non sono 100, ma 25 (a parte 6 iscrizioni a Palermo per mafia e riciclaggio, e 2 a Caltanissetta e Firenze per le stragi del 1992- ‘ 93: indagini archiviate per decorrenza dei termini). E in ben 10 B. è risultato colpevole, ma l’ha fatta franca per prescrizione (6), amnistia (2), depenalizzazione del reato (2).
CINQUE IN CORSO
Mediaset (frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita). Accusa: fondi neri per centinaia di milioni con l’acquisto a prezzi gonfiati di film Usa. Dibattimento a Milano.
Mediatrade/2 (frode fiscale). Accusa: 10 milioni sottratti al fisco con l’acquisto di film Usa. Udienza preliminare a Roma.
Caso Ruby (prostituzione minorile e concussione). Accusa: induzione alla prostituzione della minorenne marocchina Karima el Marough e telefonata in Questura per farla rilasciare dopo il fermo per furto. Dibattimento a Milano.
Nastro Fassino-Consorte (rivelazione di segreto d’ufficio). Accusa: aver ricevuto e girato al Giornale la bobina rubata di una bobina sul caso Unipol, non trascritta e segreta. Udienza preliminare a Milano.
Stragi 1993 (concorso in strage). Accusa: complicità nelle bombe mafiose a Roma, Firenze e Milano. Nuova indagine a Firenze con richiesta di archiviazione.
CINQUE ARCHIVIAZIONI
Caso Saccà (corruzione). Accusa: aiuti finanziari promessi al capo di Raifiction in cambio di scritture a cinque “attrici”. Archiviato dal Gip di Roma.
Compravendita senatori (istigazione alla corruzione). Accusa: favori e soldi promessi a senatori Unione in cambio del No a Prodi. Archiviato dal Gip di Roma.
Voli di Stato (abuso d’ufficio e peculato). Accusa: trasportò amiche sull’aereo presidenziale da Roma a Olbia per festini in Sardegna. Archiviato dal Tribunale dei ministri.
Caso Sanjust (abuso d’ufficio e maltrattamenti). Accusa: mobbing sull’ex marito di Virginia Sanjust, amante di B., fatto trasferire dal Sisde. Archiviato dal Tribunale dei ministri di Roma.
Agcom-Annozero (abuso d’ufficio). Accusa: pressioni sull’Agcom per far chiudere Annozero dalla Rai. Archiviato dal Tribunale dei ministri di Roma.
CINQUE ASSOLUZIONI
Guardia di Finanza (corruzione). Accusa: quattro tangenti Fininvest a ufficiali Gdf per addomesticare verifiche fiscali. Condannato in primo grado, prescritto in appello, assolto in Cassazione per insufficienza di prove (comma 2 art. 530 Cpp).
Medusa (falso in bilancio). Accusa: 10 miliardi di lire in nero accantonati dall’acquisto di Medusa Cinema. Condannato in primo grado, assolto in appello e Cassazione per insufficienza di prove (comma 2 articolo 530 Cpp).
Mediatrade/1 (frode fiscale e appropriazione indebita). Accusa: fondi neri dall’acquisto di film Usa. Prosciolto in udienza preliminare a Milano. Ricorso della procura in Cassazione.
Sme-Ariosto/1 (corruzione). Accusa: aver corrotto magistrati romani per vincere la causa Sme contro De Benedetti; e aver tenuto a libro paga il giudice Squillante (capitolo Ariosto). Assolto in primo grado per insufficienza di prove su “Ariosto” e con formula ampia su “Sme”; con formula ampia su entrambi i capitoli in appello e Cassazione.
Telecinco (falso in bilancio e violazione antitrust). Accusa: aver controllato, tramite prestanome, il 100 % della tv spagnola in barba al tetto antitrust del 30 %. Assolto a Madrid per modifica della legge antitrust spagnola.
DUE AMNISTIE
Bugie P2 (falsa testimonianza). Accusa: avere mentito al Tribunale di Verona sulla sua iscrizione alla P 2. Reato accertato, ma amnistiato nel 1990.
Fondi neri Macherio (frode fiscale, appropriazione indebita e 4 falsi in bilancio). Accusa: 4, 6 miliardi di lire pagati in nero per i terreni di Macherio. Prescritti 2 falsi in bilancio, amnistiato un terzo, assolto sul resto. 2
DEPENALIZZAZIONI
All Iberian/2 (falso in bilancio). Accusa: fondi neri sulla offshore per corruzioni e scalate illegali in Italia e all’estero. Assolto perché “il fatto non è più previsto dalla legge come reato” in quanto l’imputato B. ha depenalizzato il falso in bilancio nel 2001.
Sme-Ariosto/2 (falso in bilancio). Accusa: fondi neri esteri per pagare giudici. Assolto perché “il fatto non è più previsto dalla legge come reato”: l’ha depenalizzato lo stesso imputato.
SEI PRESCRIZIONI![]()
All Iberian/1 (finanziamento illecito). Accusa: 23 miliardi di lire in nero a Craxi. Condannato in primo grado, prescritto in appello e in Cassazione grazie alle attenuanti generiche prevalenti (l’imputato è incensurato) che dimezzano la prescrizione.
Mondadori (corruzione giudiziaria). Accusa: tangente al giudice Metta perché annullasse il Lodo Mondadori e consegnasse il gruppo di De Benedetti a B. Prosciolto per prescrizione, sempre per le attenuanti generiche che la dimezzano.
Lentini-Milan (falso in bilancio). Accusa: 10 miliardi di lire in nero al presidente del Torino, Borsa-no, in cambio della cessione del calciatore Lentini. Prescrizione grazie alla legge B. sul falso in bilancio che accorcia la prescrizione e alle attenuanti che la riducono ancora.
Bilanci Fininvest 1988- ’92 (falso in bilancio). Accusa: fondi neri sottratti ai bilanci del gruppo. Prescrizione grazie alla legge B. sul falso in bilancio che accorcia la prescrizione e alle attenuanti che li tagliano vieppiù.
Consolidato Fininvest (falso in bilancio). Accusa: fondi neri per 1500 miliardi di lire su 64 società offshore del “comparto B” della Fininvest. Prescrizione grazie alla legge B. sul falso in bilancio che abbrevia i termini di prescrizione e alle attenuanti generiche che li riducono ancora.
Mills (corruzione giudiziaria). Accusa: aver corrotto l’avvocato inglese con 600 mila dollari in cambio di due false testimonianze nei processi Gdf e All Iberian. Prescrizione in primo grado, scattata dopo 10 anni anziché dopo 15 grazie alla legge ex Cirielli, varata nel 2005 dal governo dello stesso imputato B.
Da Il Fatto quotidiano del 26 febbraio 2012


ROMA – Sono passati 20 anni da quando prese il via Mani Pulite con l’arresto, il 17 febbraio del 1992 a Milano, di Mario Chiesa. A fare il bilancio, dal ’92 ad oggi, è Antonio Di Pietro, ora leader di un partito intorno all’8% (secondo i dati delle ultime europee), all’epoca Pm di punta del pool Mani pulite.
Un bilancio triste, spiega l’ex magistrato che oggi ha organizzato a Milano una manifestazione per ricordare l’evento che chiuse i ponti con la «Prima Repubblica», perché in questi 20 anni non solo la corruzione non è stata eliminata, ma anzi, si è “fortificata”.
La corruzione. E che il quadro in Italia sul fronte della corruzione sia grave lo dimostra, non solo l’appello del Capo dello Stato alle forze politiche a individuare una normativa adeguata per combatterla, ma anche l’allarme lanciato giovedì dal presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino secondo il quale il fenomeno della corruzione “costa” al Paese circa 60 miliardi di euro l’anno. Contro una piaga di queste dimensioni, insiste il magistrato, un rimedio potrebbe essere quello di adottare la stessa fermezza usata contro la mafia: costruendo un «momento di lotta».
Il ventennale. La manifestazione di oggi per ricordare il ventennale di Tangentopoli “Vent’anni da Mani Pulite (… e rubano ancora)” è stata organizzata «per aiutare a ricordare perché questo aiuta ad avere un futuro migliore», ha detto Di Pietro salutando le persone presenti al Teatro Elfo Puccini e quelle che hanno assistito via internet e in tv al dibattito in cui ha parlato con il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, l’assessore al Bilancio Bruno Tabacci, Leoluca Orlando e i giornalisti Gianni Barbacetto e Marco Travaglio.
Il “rubamat”. Il tutto è iniziato alle 17, cioè all’ora esatta in cui venti anni fa furono messe le manette a Chiesa, beccato con una mazzetta in mano, l’arresto che scatenò la valagna di Tangentopoli. Insomma l’appuntamento di questa sera, con una scenografia che includeva un “rubamat”, sorta di bancomat di denaro pubblico, è stata voluta per dire no a ogni forma di revisionismo tanto che Di Pietro ha raccontato di «soffrire ancora» per l’inchiesta e di passare buona parte del suo tempo a difenderla.
Di Pietro si commuove. «Ho circa 320 cause di diffamazione in corso – ha spiegato commuovendosi – per coloro che offendono la causa», e ha aggiunto che sempre per Mani pulite è stato messo «sotto inchiesta 20 volte senza mai ribellarsi». «La morale della favola – ha concluso – è che ci può essere ottimismo. In quest’ottica però bisogna cambiare facce, cambiare persone e cambiare leggi», a partire da quella sul finanziamento pubblico dei partiti.
L’ira di Stefania Craxi: ci fu una guerra civile. «Monti ha detto: smettiamo di fare molti convegni. Il primo che non doveva essere fatto è quello di corso Buenos Aires». Stefania Craxi, presidente del movimento Riformisti italiani, e figlia dell’ex leader del Psi, Bettino Craxi, è stata laconica quando, sollecitata dai giornalisti, ha commentato il convegno di Di Pietro. Per la figlia di Bettino Craxi, Stefania, «un effetto di Mani pulite è che abbiamo vissuto una guerra civile, anzichè un normale avvicendamento di forze politiche riformatrici e conservatrici: cosa che prima o poi occorre che succeda». Craxi ha spiegato che Mani pulite «non ha prodotto nomi nuovi e, soprattutto, non hanno messo mano a quello a cui oggi bisogna ancora mettere mano: una grande riforma costituzionale che renda questo Paese una democrazia governabile».
Il Pdl: Stefania Craxi ha ragione. «Il giudizio di Stefania Craxi secondo la quale “un effetto di mani pulite è che abbiamo vissuto una guerra civile, anzichè un normale avvicendamento di forze politiche riformatrici e conservatrici” è fondamentalmente giusto», afferma Fabrizio Cicchitto,capogruppo del Pdl alla Camera. «Basta pensare da un lato al clima dell’epoca – aggiunge – e poi al fatto che mentre nel sistema di Tangentopoli c’erano tutte le grandi imprese e tutti i partiti e che invece l’operazione mediatica e giudiziaria di Mani Pulite operò delle profonde differenze di trattamento sia fra le imprese, sia fra i partiti e, per quello che riguarda la DC, addirittura fra le correnti di un partito per avere il senso della durissima operazione realizzata con le procedure ‘militarì offerte da un selettivo e mirato uso politico della giustizia».



STRASBURGO – Arriva l’Ici sui beni della chiesa. Ovviamente non sulle strutture religiose. Ma su quelle commerciali: cliniche, pensioni, scuole. Per l’esenzione non basterà più avere all’interno dell’immobile una struttura religiosa. Questa continuerà ad essere esente, ma il fisco guarderà alla destinazione prevalente, individuando un rapporto percentuale, e su tutto il resto si pagherà il dovuto. La norma, che vale circa 100 milioni di maggiori tributi, avrà impatto su tutti gli «enti non commerciali», in pratica sul mondo del volontariato e delle organizzazioni non lucrative. Come era già chiaro dal confronto ‘diplomaticò in atto oramai da qualche mese, la novità non trova l’opposizione della Conferenza Episcopale Italiana. Anzi, la Cei dice che «ogni intervento volto a introdurre chiarimenti alle formule vigenti sarà accolto con la massima attenzione e senso di responsabilità».

Certo però – mettono in guardia i vescovi italiani – bisognerà fare attenzione che «sia riconosciuto e tenuto nel debito conto il valore sociale del vasto mondo del no profit». Stupore viene invece espresso dai Comuni, che sono i destinatari del maggior gettito, per non essere stati consultati. La decisione di Monti arriva proprio alla vigilia della cerimonia per i Patti Lateranensi che vedrà domani il premier Mario Monti e gran parte del suo governo incontrare, nell’ambasciata italiano presso la Santa Sede, i vertici del Vaticano, il presidente della Cei Angelo Bagnasco e il Segretario di Stato, Tarcisio Bertone in primis. Il tema era comunque sul tavolo già da qualche tempo. Lo scorso dicembre Bagnasco si era detto «disponibile a chiarire, a fare alcune precisazioni, qualora queste precisazioni si rivelino necessarie». A fine gennaio, poi, la Cei aveva resa nota la propria «disponibilità», visto che si tratta di «materia di tipo unilaterale e non concordataria», cioè «una legge dello Stato: e alle leggi si obbedisce».
Il dossier, aveva spiegato nei giorni il presidente del Consiglio, era in fase avanzata. Anche perchè sul tema pende una procedura di infrazione da parte della Commissione Europea, aperta nell’ottobre del 2010, che l’Italia spera ora di chiudere. Tant’è che l’annuncio è stato dato dallo stesso Monti proprio con una lettera inviata al vice presidente della Commissione europea, Joaquin Almunia, nella quale lo rassicura dell’ «intenzione di presentare al Parlamento un emendamento che chiarisca ulteriormente e in modo definitivo la questione». La norma avrà comunque impatto generale. Su tutti gli enti non commerciali, dalle Onlus alle associazioni no profit. Difficile quantificare la stangata: le cifre sono contrastanti, ma gli ultimi calcoli, effettuati proprio dalla commissione che ha esaminato le diverse agevolazioni fiscali Italiane, hanno indicato in circa 100 milioni l’ammontare dell’agevolazione finora concessa. Le linee guida per la nuova Ici sul mondo degli enti non commerciali saranno quattro: 1) l’esenzione farà riferimento agli immobili nei quali si svolge in modo esclusivo un’attività commerciale; 2) verranno abrogate le norme che prevedono l’esenzione per i luoghi nei quali l’attività non commerciale non sia esclusiva ma solo prevalente; 3) l’esenzione sarà limitata alla sola frazione di unità nella quale si svolga l’attività di natura non commerciale; 4) verrà introdotto un meccanismo di dichiarazione vincolata a direttive rigorose stabilite dal ministero dell’Economia per individuare il rapporto proporzionale tra attività commerciali e non commerciali esercitate all’interno dello stesso immobile. Per i dettagli bisognerà attendere la norma, ma certo già l’impegno annunciato all’Ue, visto che il dibattito è annoso, appare una novità rilevante
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(ANSA) – STOCCOLMA, 7 FEB – Il premier conservatore Fredrik Reinfeldt ha esortato gli svedesi a lavorare fino ai 75 anni di età invece di andare in pensione a 65, suscitando forti polemiche in un paese che si vanta di avere un’assistenza sociale ‘dalla culla alla tomba’. In una intervista a Daqens Nyheter, Reinfeldt ha anche invitato le aziende ad assumere ultra-cinquantenni disponibili a lavorare oltre la soglia della pensione. Forti polemiche in Svezia. ”E’ una provocazione”, dicono i socialdemocratici.
07 febbraio 2012
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