il festival dei pupari

Conflitti d’interesse, regolamenti violati, fischi a cielo aperto Sanremo e l’insopportabile patriottismo targato Savoia.

da Sanremo

Ha ragione Fabrizio Moro: “Non è una canzone”. Non è uno spettacolo, non è – certo – una kermesse canora. Indipendentemente dal fatto che vinca o meno il trio Pupo-Emanuele Filiberto-Canonici. Sanremo, questo Sanremo degli ascolti record che venerdì sera ha fatto registrare il 50,4 per cento di share, è uno specchio della Terra dei cachi: quanto è cambiato il paese da quel 1996, quando Elio e le storie tese vinsero il premio della critica? “Parcheggi abusivi, applausi abusivi, villette abusive, abusi sessuali abusivi; tanta voglia di ricominciare abusiva”. Dove siamo quattordici anni dopo? “Stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio”. Ma non è solo la retorica del Dio, patria e famiglia da cui stare in guardia. A far più paura è quel che, sempre meno sottilmente, sta dietro i buoni sentimenti nazional popolari. Al di là dello sdoganamento savoiardo. Mentre il principe dà aria alla bocca spiegando di non aver malanimo contro la Repubblica, su Facebook impazza una rivalutazione dell’anarchico Bresci. Il trio, eliminato la prima sera quando a votare era solo la giuria demoscopica, è stato ripescato grazie al televoto. Un meccanismo che ha sempre fatto discutere, anche perché ha trasformato Sanremo nel talent-festival. Nella sera decisiva del ripescaggio, il televoto che secondo la scaletta doveva terminare alle 23.15 è stato fatto proseguire per altri 40 minuti. “Non c’è un termine prestabilito”, spiegano. Però siccome i risultati arrivano in tempo reale, almeno per trasparenza sarebbe meglio che ci fosse un limite orario preciso. E poi: il televoto è gestito da una società che fa capo alla stessa che produce X-Factor (per la cronaca, il vincitore della categoria giovani è Tony Maiello, appunto da X-Factor).

Si chiama Neonetwork ed è parte del gruppo Magnolia (di cui Giorgio Gori, ex direttore di Canale 5, è uno dei soci fondatori). Ma qui sono tutti un po’ Amici: il direttore artistico Gianmarco Mazzi ha organizzato nel 2007 l’opera di Cocciante, rilanciata l’altra sera dal palco dell’Ariston. I dirigenti Rai respingono con fermezza seccata le accuse di conflitto di interessi. A proposito della collaborazione con Cocciante, Mazzi precisa: “E’ una cosa che risale a molto tempo fa. Comunque anche se io avessi rapporti professionali con lui non vedo che problema ci sarebbe”. E rassicurano: il televoto, nella gestione del software, è blindato e non manomettibile. Però alla richiesta dei giornalisti di avere un rappresentante nella stanza dei bottoni viene risposto che è impossibile. E non è dato sapere esattamente come funziona il meccanismo di assegnazione dell’appalto. Con una gara? A trattativa privata? Comunque, dicono, sono pochissime le società attrezzate per gestire un servizio così impegnativo come quello del televoto di Sanremo. Intanto gli orchestrali, che pesano sul risultato per il 50 per cento, devono firmare una liberatoria sul conflitto di interessi. Quindi, secondo coscienza, non si sono espressi quelli che hanno rapporti di lavoro con gli artisti. Conflitto di interessi double face. Come la par condicio, che interessa tanto alla Rai per via delle imminenti elezioni. Un po’ meno quando si tratta di concorrenti. Vedi alla voce Italia amore mio: durante l’intermezzo pubblicitario della puntata va in onda lo spot della trasmissione di Pupo (nomen omen, I raccomandati). Mister Lippi venerdì si è presentato insieme con le Divas vestite in tricolore e i tre pupari. Già partono i fischi. “Sono qui perché, con un titolo così, il commissario tecnico della nazionale di calcio doveva esserci. La canzone, non importa interpretata come (!), si rivolge agli italiani”. Antonella Clerici molto correttamente alza un cartellino giallo: “Marcello scusa, ma ti devo interrompere sennò mi tagliano la gola. Il regolamento prevede l’esecuzione del brano e non un tuo intervento”. Ma lui, è lo stile Juve dei bei tempi, non ci sta. E qui i fischi si fanno così forti che non è possibile ignorarli. Anche perché partono cori che inneggiano a Cassano. “Ero certo di questi cori, mi avete fatto vincere un sacco di soldi che avevo scommesso con Emanuele. Il cuore degli italiani l’abbiamo conquistato quattro anni fa e speriamo di rifarlo in Sudafrica”. Poi parte la canzone riveduta e corretta in chiave calcistica. Ieri, alla domanda sull’eventuale violazione del regolamento, Mazzi (non) risponde così: “Lippi è un’icona italiana che ci ha regalato un sogno e il titolo mondiale. Quando Antonella mi faceva segno che dovevo intervenire, io non me la sono sentita. Mi sembrava un po’ irrispettoso intervenire nei suoi confronti, è evidente che Lippi non conosce i meccanismi e le regole di questo evento. Sapevamo anche delle variazioni al testo e ci è sembrata una cosa bella per omaggiare il calcio italiano”. E’ stato un momento di spettacolo: “Io non sono un amministratore di condominio”. E continua: “Penso che quei fischi al ct azzurro abbiano spinto tanti tifosi di Lippi a televotare per il Trio”. Fischi continuati anche dopo, davanti al ristorante in cui cenavano Pupo & c. (c’era anche il direttore del Tg1, Augusto Minzolini).

Però una gara è una gara ed è difficile, fa notare un giornalista, immaginare gli azzurri in campo con Vasco Rossi guest star. Il trio di “Credo sempre nel futuro, nella giustizia e nel lavoro” fa infuriare anche Fare-Futuro, fondazione vicina a Gianfranco Fini. Che, tramite la rivista on line – in un corsivo del direttore Filippo Rossi – annuncia: “Le canzoni sono cose importanti. Come le parole. E allora, senza scherzare, lo annunciamo alla radicale: nel caso sventurato che a Sanremo vinca quell’inno imbarazzante, nazional-trombonesco, cantato dall’inarrestabile e incontenibile trio ‘Pupo-Filiberto-Canonici’,  il sottoscritto inizierà immediatamente uno sciopero della fame. Non è uno scherzo. E’ uno sciopero che nasce dalla vergogna. Sarà uno sciopero della fame tutto culturale e soprattutto politico. Perché c’è qualcuno che deve far capire al Paese che a destra, in Italia, c’è anche altro rispetto a una retorica patriottarda e vuota”.

da Il Fatto Quotidiano del 21 febbraio 2010

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